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La Chiesa della Gran Madre di Dio


TORINO



Chiesa della Gran Madre di Dio



La Chiesa della Gran Madre di Dio è uno dei monumenti religiosi più famosi della città di Torino, insieme al Duomo di San Giovanni, ove è collocata la Cappella della Sacra Sindone, e alla Basilica di Superga. Essa venne commissionata dal Municipio di Torino nel 1814, per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I di Savoia dopo la ritirata delle truppe napoleoniche e il congresso di Vienna. Il progetto venne affidato all'architetto Ferdinando Bonsignore, che per la sua realizzazione optando per uno stile neoclassico si ispirò al Pantheon di Roma. I lavori cominciarono nel 1818 e terminarono 13 anni dopo, nel 1831. Tra il 1933 e il 1940 subì alcuni cambiamenti in occasione della sistemazione dell'Ossario dei Caduti della Grande Guerra.


Davanti all'edificio, sull'ampia piazza che prende il nome dalla chiesa, nel 1869 venne collocata un'alta statua di Vittorio Emanuele I, realizzata dallo scultore Giuseppe Gaggini. Ai lati dell'ampia scalinata che conduce alla chiesa, posta su un basamento rialzato, vi sono due statue che rappresentano due figure femminili, le allegorie della Religione e della Fede, realizzate da Carlo Chelli nel 1828. Molti ancora oggi scambiano queste immagini per iconografie mariane, ma il loro abbigliamento ne rivela la reale natura, che come vedremo più avanti, è tutt'altro.



Il pronao della chiesa

Il frontone della chiesa

Il pronao esastilo della Chiesa della Gran Madre

Il bassorilievo sul frontone della Chiesa



Si accede alla chiesa tramite un ampio pronao, sorretto da sei colonne in stile corinzio. Sul frontone è posto un bassorilievo, opera di Francesco Somaini di Maroggia (1827), che rappresenta la Madonna in trono col Bambino, omaggiata dai decurioni torinesi, i committenti per la realizzazione della chiesa. La scritta sullo stesso recita: "ORDO POPULUSQUE TAURINUS OB ADVENTUM REGIS", ossia "La nobiltà e il popolo di Torino per il ritorno del re", ma che qualcuno vede come un accenno ad un antico ordine druidico, chiamato "Ordine Taurino" che venerava la figura del Toro e che preabitava il territorio prima della venuta dei Romani. Ai lati del portone d'ingresso troviamo le statue di San Marco Evangelista (di Giuseppe Chialli, 1828) e di San Carlo Borromeo (di Giuseppe Pagliani, 1829).



L'altare principale

La cupola della chiesa

Madonna con Bambino sull'altare principale

Veduta della cupola della Chiesa della Gran Madre



L'interno è a pianta circolare e la cupola richiama quella del Pantheon romano e alla chiesa parigina della Madeleine. Nella chiesa sono custodite le statue di San Maurizio, della Beata Margherita di Savoia, del Beato Amedeo di Savoia, di San Giovanni Battista e opere come la Vergine col Bambino di Andrea Galassi e il Crocifisso e il Sacro Cuore di Gesù di Edoardo Rubino.



La Grande Madre e il culto di Iside


La chiesa torinese incuriosisce già per la sua denominazione. Sebbene il concetto di Maria come "Madre di Dio" (in greco, Theothókos) sia stato stabilito ufficialmente nell'anno 431, durante il Concilio di Efeso, le chiese che portano questo titolo in Italia si contano sulle dita di una mano. Ad essere precisi, oltre a quella di Torino, se ne conoscono solamente altre due: una, quella che si trova presso Fidenza (PR), è una chiesa in stile barocco costruita tra il 1710 e il 1722, e dal 1950 ha persino cambiato intitolazione; adesso è conosciuta come Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo. L'altra, di più recente costruzione (1913), si trova a Roma, nel grande piazzale di Ponte Milvio, a cui è legato il ricordo della battaglia tra Costantino e Massenzio e l'origine del ben noto simbolo del Chi-Rho, il labaro di Costantino.


La ragione di questa cautela potrebbe essere il fatto che questo appellativo, in realtà, richiami troppo palesemente il collegamento occulto che esiste tra il culto cristiano di Maria e gli antichi culti pagani della Grande Madre, diffusi in tutte le culture. La Grande Madre dei pagani era la rappresentazione della deità terrestre primigenia legata alla Natura, alla fertilità ed alla procreazione.


La Grande Madre del popolo egizio era Iside, la sposa di Osiride. Lei era la dea della maternità e della fertilità, ma anche la signora della magia e dell'oltretomba, e non è un caso che la chiesa ospiti, al suo interno, anche l'Ossario dei Caduti della Prima Guerra Mondiale. Al pari della dea Hathor, con la quale venne poi associata, aveva tra i suoi animali sacri il toro Api, simbolo della generazione e della forza fecondatrice della natura. La città di Torino, che sin nel nome è legata alla figura del bue, fu un grande centro per il culto di Iside, e il tempio della dea sorgeva proprio dove ora si trova la chiesa della Gran Madre. Tutto ciò non è affatto casuale.


Sin dai tempi dell'antico Egitto, la fertilità era associata con l'immagine della terra nera, il limo scuro che il fiume Nilo lasciava dopo le periodiche inondazioni e con il quale rendeva fecondo il terreno e garantiva la sussistenza ad una popolazione che abitava in un territorio altrimenti desertico. Gli Egizi chiamavano questo limo Kymia e dalla locuzione araba, comprensiva di articolo determinativo, "al-Kymia" è nato il termine moderno Alchimia. Secondo i principi di questa scienza occulta, la prima fase della Grande Opera, il complesso delle operazioni che porta l'adepto al conseguimento della Pietra Filosofale e di altre mirabolanti sostanze come la Polvere di Proiezione e l'Elisir di Lunga Vita, è la "fase al nero", o Nigredo, in cui la materia deve morire a sé stessa (putrefazione) per poi generare nuova materia. Per tale associazione di idee, vi è motivo di ritenere che anche le immagini di Madonne Nere, che troviamo in tante chiese cristiane, rimandino simbolicamente a questo antico culto pagano. Molti autori riportano la notizia, tuttavia non confermata, che nei sotterranei della chiesa della Gran Madre si troverebbe proprio una statua di Madonna Nera.


Attenzione, però: la Gran Madre di Torino rappresenta simbolicamente non l'inizio della Grande Opera, ma il suo compimento, ovvero la Rubedo, la fase al Rosso. Essa, infatti, si pone alla fine di un percorso ideale che comincia da Piazza Statuto, il "cuore nero" della città (la Nigredo), e attraversa Piazza Castello, il "cuore bianco" (l'Albedo), dove è collocata la Sacra Sindone. La Gran Madre, invece, fa riferimento a Sant'Anna, la madre di Maria, o la "Terza Madre" (Metterza), iconograficamente rappresentata come una donna dall'aspetto torreggiante rispetto alla figlia Maria, e con vesti di colore rosso.



La Fede e il Santo Graal


Le due statue poste ai lati della scalinata d'accesso rappresentano due femminili, allegorie della Fede e della Religione. Spesso scambiate per figure mariane, in realtà non lo sono: l'abbigliamento e le calzature messe in evidenza le identificano come matrone romane. Forse, esse strizzano l'occhio alle rappresentazioni delle sacerdotesse isiache, vestite di una tunica e di calzari simili.


Ad ogni modo, la statua della Fede si colloca sul lato sinistro: è rappresentata come una donna seduta con un nastro incrociato sul petto (un richiamo velato al nodo isiaco?). Con la mano destra regge un libro, mentre con la sinistra solleva un calice. Alla sua sinistra, si trova un piccolo angelo alato, seminudo, che regge nella mano destra un bastone e rivolge la sinistra verso la donna.


Una statua simile a questa, sempre nella città di Torino, si trova sulla facciata della Chiesa dei SS. Martiri, in Via Garibaldi. Non è infrequente trovarne di simili in altre chiese; a Roma, ad esempio, troviamo una statua molto simile a questa all'interno della Chiesa di San Lorenzo in Lucina, al di sopra della tomba del Cardinale Gabriele Filippo della Genga Sermattei, nella cappella laterale sinistra.



La statua della Fede

Particolare del calice

La statua della Fede

Particolare del calice



Secondo alcune ipotesi esoteriche, il calice che la statua tiene in mano sarebbe in realtà la rappresentazione del Sacro Graal, il calice utilizzato da Gesù nell'Ultima Cena, e nel quale successivamente Giuseppe di Arimatea raccolse il suo sangue, dopo la Crocifissione. Si dice anche che lo sguardo della donna rivelerebbe la posizione in cui questa preziosa reliquia sarebbe stata celata. Uno studio del Politecnico di Torino avrebbe dimostrato che prolungando la direzione in cui lo sguardo della donna è diretto si giungerebbe all'antico Palazzo di Città, oggi Palazzo Civico, sulla cui facciata si troverebbero scolpiti altri calici. Secondo altri, la statua indicherebbe la Mole Antonelliana, oppure la Cappella della Sacra Sindone, la reliquia che molti autori avrebbero associato al Graal. Per quanto riguarda queste ipotesi, vale la pena citare un articolo divulgato dal CICAP piemontese (l'ente per il controllo delle affermazioni sul paranormale) secondo cui, a parte il fatto che l'autore dello studio non è mai stato reso noto, gli occhi della statua non presentano pupille e quindi attribuire ad essi una precisa direzione risulta alquanto arbitrario.


In realtà, la tradizione che associa la presenza del Sacro Calice a Torino deriva dall'altra presenza, ben nota ed accertata, di una grande reliquia della cristianità: la Sacra Sindone. L'ipotesi venne avanzata nel 1978 dalla giornalista e scrittrice appassionata di esoterismo, Giuditta Dembech, nel primo volume di "Torino - Città Magica". In esso la scrittrice riportava il frammento di una conversazione avuta con due esponenti di un'organizzazione segreta torinese ispirata agli "Esseni", che si proclamava depositaria di un'antica tradizione iniziatica e si proponevano come i custodi del Graal che si troverebbe dunque a Torino. Successivamente, in un secondo volume, la Dembech chiarì che il Graal sarebbe presente a Torino come simbolo e non come oggetto, quasi a volersi esonerare dalla pressione delle centinaia di lettere a lei indirizzate: "Il Graal è un simbolo immateriale, nessuno l'ha mai più custodito o catturato. […] Escludiamo dunque l'ipotesi di un Graal sepolto o murato da qualche parte, a Torino o altrove. […] Come simbolo in effetti, potrebbe trovarsi a Torino, come oggetto no!".



La Religione e l'occhio divino


L'altra statua, sul lato destro, rappresenta invece la Religione. È rappresentata come una donna dal lungo abito chiuso con un nastro, che guarda impassibile verso l'orizzonte davanti a sé, e sembra non accorgersi del putto alato che è al suo fianco, e che regge mostrandogliele le Tavole della Legge. Ella sorregge una grande croce, e si tratta di fatti dell'unica croce che troviamo nei pressi della chiesa, che la identifica come cristiana.


Sopra la fronte della statua, possiamo scorgere il simbolo dell'occhio divino, ovvero un triangolo equilatero raggiante con all'interno la figura di un occhio. Questa figura, ispirata ancora una volta alla religione egizia, dove troviamo la rappresentazione dell'Occhio di Horus, il figlio della dea Iside, è divenuta nel cristianesimo l'emblema della Divina Provvidenza, il vigile ed attento occhio di Dio che vede e provvede ad ogni cosa.



La statua della Religione

Particolare dell'occhio divino

La statua della Religione

Particolare dell'occhio divino



L'occhio divino è spesso e non a torto associato anche alla Massoneria: esso infatti compare nella tradizione iconografica dei massoni sin dal 1797, anno della pubblicazione del Freemasons Monitor di Thomas Smith Webb, considerato il "Padre Fondatore del Rito Americano di York". In effetti, il libro illustrato di Webb ebbe un notevole impatto nella definizione dei rituali massonici americani, in particolare quelli legati al Rito di York. Generalmente esso compare al disopra di una volta semicircolare nel Tempio di Loggia e rappresenta l'occhio che tutto vede, un monito al fatto che ogni pensiero e azione di un massone sono osservati dal Grande Architetto dell'Universo.


Collocato alla sommità di una piramide tronca, l'occhio-che-tutto-vede fu l'emblema che il professore e massone tedesco Adam Weishaupt scelse per i suoi Illuminati di Baviera, la società segreta da lui fondata nel 1776. La sua propaggine americana sarebbe ancora oggi al centro di numerose teorie del complotto, ma un fatto innegabile è che questo simbolo fu apposto sul retro del Gran Sigillo degli Stati Uniti d'America, circondato dai motti Annuit Cœptis, ovvero "Egli approva [le nostre] decisioni", e Novus Ordo Seclorum, ovvero "Nuovo Ordine delle Epoche". Il sigillo è riprodotto ancora oggi sulla banconota da un dollaro, che non è mai cambiata sin dall'emissione della prima serie, nel 1963, e più o meno celato nei loghi di tanti enti o società private statunitensi.


Ai piedi della croce, quasi nascosta dall'ampio manto della donna, si intravvede una tiara papale, il simbolo della sovranità della chiesa. Secondo i maligni, la strana collocazione non sarebbe molto edificante per la Chiesa: essa infatti sembrerebbe non alla base della figura femminile, ma sotto i suoi piedi! La teoria sembra alquanto stiracchiata, ma testimonia comunque il fatto che attorno alla chiesa ed in particolare alle due figure allegoriche si condensi un fitto reticolo simbolico che ben s'intreccia nel già ricco tessuto esoterico della città di Torino.







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