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L’abbazia di Santo Stefano di Malvisciolo


Carpineto Romano (RM)



Ruderi dell'Abbazia di Santo Stefano di Malvisciolo



Cenni storici


L'abbazia di Santo Stefano di Valle Roscina, nota anche come Malvisciolo oppure Valvisciolo, faceva parte di un circuito di chiese ed abbazie che sorgono tutte nella fascia dei Monti Lepini orientali, dedicate al santo protomartire. Ubicata nel bel mezzo delle montagne di Carpineto Romano, sul picco della Semprevisa, nei pressi della sorgente detta "La Fota", non ne rimangono oggi che pochi ruderi sconnessi. La maggior parte di queste sono state fondate dall'ordine dei Monaci Cistercensi: Santo Stefano di Marmosolio, presso Cisterna di Latina, Santo Stefano in Colle Secciae, monastero di monache fuori Sezze e la quasi omonima Santo Stefano di Valvisciolo a Sermoneta. Vi furono anche monasteri fondati dai Benedettini, come quello di Santo Stefano ai Monti, che si trova presso Terracina. Il motivo di tale diffusione lo spiega padre Girolamo da San Roberto nel suo "Itinerario nel monastero di Fossanova": quando i resti del santo martire furono traslate dall'Oriente per essere portate a Roma, fecero sosta presso l'abbazia privernate, laddove poi sorse, in memoria, un piccolo oratorio.


L'abbazia venne istituita da tre fondatori laici, Matteo di Carpineto, che viene definito "miles", cioè soldato, Marco di Monterotondo, proveniente da Norma, ed Erasmo di Bassiano, che con atto dell'11 agosto 1240 (secondo quanto documentato nell'opera di Michelangelo Raymondi [1]) consegnarono il monastero ad Antonio de Campulo, abate di Fossanova, a Paolo di Ripi, abate di Casamari, ed a Bartolomeo di Roccasecca, abate di Valvisciolo sermonetana, in un capitolo tenutosi presso quest'ultima. Si legge nell'atto di fondazione che i tre benefattori offrirono terreni ed altri beni dislocati nei tre citati territori Lepini, tra cui alcune piscine piscatorie: "Questi predetti condonatori promisero ai detti venerabili padri di custodire le piscine pescatorie murate in valle Roscina nel territorio di Carpineto nelle quali scorre l'acqua della Refolta". In cambio, i monaci Cistercensi si impegnarono ad inviare dei monaci anacoreti in alcuni luoghi di culto sui Monti Lepini.


Secondo una tradizione non documentata, il monastero carpinetano non ebbe vita lunga. Scrive lo storico sermonetano Pietro Pantanelli [2]: "Nel pontificato di Clemente V essendo stati ignominiosamente estinti i Templari tutti, ed abbandonandosi la nostra badia di san Pietro sermonetana, i cistercensi lasciarono la Valle Roscina di Carpineto e se ne vennero ad abitarla unendo e titoli e beni". Pare, dunque, che nel 1312 dopo la condanna dell'Ordine dei Cavalieri Templari, i Cistercensi di Carpineto abbandonarono il convento sulle montagne per insediarsi in quello sermonetano, che da allora prese il nome di "Abbazia dei Santi Pietro e Stefano di Valvisciolo" [3].

Il convento carpinetano, abbandonato a sé stesso, cadde presto in rovina sotto l'azione di intemperie ed incendi. La proprietà, che comunque costituiva un importante caposaldo sulle vie della transumanza attraverso il territorio dei Monti Lepini, rimase e contesa tra Carpineto, che era appartenuto prima ai Conti di Ceccano, e poi ai Conti di Segni-Valmontone, e le comunità di Sermoneta e Bassiano, soggette ai Caetani.



I ruderi, oggi


Dell'antico convento, oggi, si possono scorgere i resti di un campanile, qualche frammento delle mura abbaziali e parti dell'antica chiesa dedicata a Santo Stefano Protomartire. Si possono ancora vedere i gradini che sono citati nell’atto di donazione del secolo XIII. Si possono ancora vedere i gradini che sono citati nell'atto di donazione del secolo XIII.



Resti di un'antica cisterna

Targa commemorativa del Comune

Resti di un'antica cisterna d'acqua

Targa commemorativa del Comune di Carpineto



Nei pressi dei ruderi è stata riattivata una delle piscine piscatorie, che venivano utilizzate dai frati per allevare i pesci, non potendosi essi nutrire di carne. Più in basso, si trovano ancora le tracce di un'antica condotta idrica, di epoca romana, che trasportava l'acqua della Fota nei pressi dell'abbazia e poi proseguiva verso l'antica Norba, oggi la città di Norma, vicino Sermoneta.


La campana dell'abbazia di Malvisciolo

La campana bronzea

Dell'antica architettura sono sopravvissuti la magnifica campana bronzea, alcuni leoni stilofori ed un superbo portale scolpito. La campana venne fusa nelle officine campanarie di Carpineto nel 1246, ad opera del maestro Rainerio, e donata alla popolazione lepina nel 1247. Sull'imboccatura si legge una duplice iscrizione, in antichi caratteri gotici maiuscoli: "ET MENTEM SANCTAM SPONTANEAM / HONOREM DEO / ET PATRIAE LIBERATIONEM" (mente santa spontanea, onore per Dio e liberazione della patria). Si tratta di un'invocazione canonica, tratta dall'ufficiatura divina di Sant'Agata, la nona lettura del mattutino, che ricorre spesso nelle iscrizioni campanarie a partire dal XIII sec. [4]


Dopo l'abbandono della chiesa, la campana fu portata nella Chiesa di Sant'Agostino, per poi essere ricomprata dai canonici della Collegiata verso la fine del XVIII sec. In seguito, venne posta sulla torre civica, ma fu presto nuovamente oggetto di contesa tra l'amministrazione comunale e i Canonici Regolari. Questi ultimi la spuntarono, e la campana tornò nella Collegiata. Danneggiata durante lo scampanio conseguente ad un forte temporale, venne alfine rimossa. Oggi si conserva presso il museo civico "Reggia dei Volsci", nel centro storico di Carpineto.


Sempre, probabilmente, dalla chiesa di Valvisciolo vecchia provengono due bassorilievi che riproducono le teste di un cavallo e di un cammello. Li possiamo trovare al di sotto dei capitelli nel pronao della Chiesa di Santa Maria del Popolo, eretta nel XII sec. ma completata solo nel 1483, grazie all'operato di papa Sisto IV.



Il portale scolpito



Il portale dell'antica abbazia



Superba opera architettonica, che può dare purtroppo solo una vaga idea del livello architettonico che doveva avere l'antica badia carpinetana, è il magnifico portale medievale che è stato inglobato nell'ingresso laterale della Chiesa di Sant'Agostino. Ai lati della struttura troviamo due colonne, rette da leoni stilofori. Nella cuspide della volta troviamo lo stemma del Cardinale Annibaldo De Ceccano: la potente signoria medievale, infatti, si insediò nel feudo carpinetano intorno all'anno 1077, quando gli fu concesso in affitto dai Canonici Lateranensi. I Conti di Ceccano mantennero la loro signoria fino all'anno 1299, quando ad essi subentrarono i Caetani, forti del fresco insediamento sul soglio pontificio del loro papa Bonifacio VIII.



Resti di un'antica cisterna

Targa commemorativa del Comune

Lo stemma dei De Ceccano

Il volto barbuto sull'arco



Sotto la cuspide, al vertice dell'arco gotico, troviamo un volto barbuto, apparentemente avvolto in una cocolla, che sorride benevolo al visitatore. Non facciamoci ingannare, però: di solito queste faccine svolgono la funzione di "Guardiano della Soglia"; esse saranno benefiche solamente con coloro che varcheranno la soglia da esse sorvegliata con intenzioni positive. Si noti, comunque, la stretta somiglianza con la Chiesa di San Nicola a Ceccano, più o meno dello stesso periodo. Nella lunetta abbiamo al centro la figura della Vergine con il bambino, affiancata dai Santi Antonio e Pietro l'Eremita. L'arco a sesto acuto poggia sulle figure di una lepre, a sinistra, e di un cane, sulla destra.



L'Agnus Dei

Tondo decorativo con l'Agnus Dei



Il Leone L'Uomo L'Aquila Il Toro

Il Leone

L'Uomo

L'Aquila

Il Toro



Sull'architrave figurano cinque tondi, realizzati in bassorilievo. Su quello centrale spicca l'Agnus Dei, che sorregge la croce con una delle zampe sollevate. Gli altri quattro raffigurano, rispettivamente procedendo da sinistra verso destra: un leone, un volto umano, un'aquila e un toro, tutti rigorosamente provvisti di ali. È una rappresentazione del Tetramorfo, che riunisce i simboli dei quattro evangelisti in figure che sono legate anche ai quattro elementi della tradizione ellenica, secondo le seguenti associazioni:


Leone = San Marco = Fuoco
Uomo = San Matteo = Acqua
Aquila = San Giovanni = Aria
Toro = San Luca = Terra


Le parti terminali degli stipiti sui quali poggia l'architrave raffigurano due volti umani, un re e una regina, forse intesi più come simboli dei due principi energetici che come ritratti. Nella parte inferiore dei volti dovevano esserci degli elementi decorativi floreali; sotto al volto del re, vediamo un fiore di giglio (fleur-de-lys), mentre la parte inferiore del volto della regina è danneggiato. Potremmo tuttavia ipotizzare che vi fossero delle rosette pentalobate, in analogia al portale d'accesso al campanile, che presenta due elementi simili.





Note:


[1] Michelangelo Raymondi, "La Badia di Valvisciolo – Notizie e ricerche", Velletri, Stabilimento tipografico Pio Stracca, 1905.
[2] Pietro Pantanelli, "Notizie istoriche della terra di Sermoneta", Bardi editore, Roma, 1992.
[3] Originariamente, la chiesa era intitolata semplicemente a San Pietro. Quando, nel 1165, Federico Barbarossa, in disputa con il papa Alessandro III, scese in Italia, devastò alcuni borghi ed abbazie ubicate nel comprensorio di Latina, tra cui la città di Ninfa e l'abbazia cistercense di Santo Stefano in Marmosolio, nel territorio dell'attuale paese di Cisterna di Latina. Fu così che i suoi occupanti, in una data imprecisata tra il 1166 ed il 1168, si trasferirono nella badia sermonetana ed aggiunsero al titolo quello della loro chiesa di provenienza, divenendo "Abbazia dei Santi Pietro e Stefano di Marmosolio". L'ulteriore cambio di denominazione avvenne, come abbiamo visto, nel 1312, quando al toponimo "Marmosolio" fu sostituito quello di "Valvisciolo". Tutti questi cambiamenti suscitarono nel tempo una gran confusione tra storici e cronisti, che confusero spesso i tre edifici attribuendo fatti e date ora all'uno, ora all'altro.
[4] Vedi, ad es., Sible De Blauuw 1993, Campanae supra Urbem, Sull'uso delle campane nella Roma medievale, "Rivista di storia della Chiesa in Italia" n. 47, 1993, pp. 367-414; A. Salvi, "Le iscrizioni medievali di Ascoli", 1999, Ascoli Piceno, p. 21. Secondo la tradizione del martirio di Sant'Agata, quando il corpo della fanciulla ormai senza vita fu deposto nel sepolcro, un giovane vestito di bianco, identificato con il suo angelo custode, depose accanto alla sua testa una tavoletta incisa sulla quale comparivano le parole del motto, che riassumevano il significato ed il valore del suo martirio. Nell'ambito del culto della Santa siciliana, troviamo spesso la frase sotto forma di acronimo: MSSHDEPL.




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