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Santuario del Volto Santo


Manoppello (PE)



Il Santuario del Volto Santo



Il Santuario, o Basilica, del Volto Santo è il maggiore luogo di culto di Manoppello, in provincia di Pescara, insieme all'Abbazia di Santa Maria d'Arabona, ed uno dei principali santuari in terra abruzzese, meta di pellegrinaggi. La ragione di tanta importanza è la preziosa reliquia che esso contiene: il Volto Santo, un'immagine di Gesù miracolosamente impressa su un finissimo telo di bisso marino, che un misterioso pellegrino portò a Manoppello all'inizio del XVI sec., sparendo subito dopo altrettanto misteriosamente.


La Basilica venne fatta costruire intorno al 1620 per volere del notaio Donato Antonio De Fabriciis, il quale, come vedremo nel prossimo paragrafo, ebbe una parte di rilievo nella storia della sacra icona. La chiesa venne realizzata ampliando il convento dei Cappuccini costruito pochi anni prima. Notevole è la facciata, realizzata in blocchetti bianchi e rossi alternati a formare un disegno geometrico volutamente ispirato a quello della Basilica di Collemaggio a L'Aquila, un monumento notevolmente simbolico, fatto realizzare da papa Celestino V nel 1288. Nel caso della basilica aquilana, la croce rossa in campo bianco poteva servire per dissimulare l'Ordine che più o meno segretamente ne finanziò la realizzazione: i Cavalieri Templari, come sostiene la dottoressa Lopardi in una delle sue tante opere dedicate al monumento celestiniano [1].



Il Volto Santo

La reliquia del Volto Santo

(©: RaBoe/Wikipedia [2])



La leggenda del Volto Santo


La cappella del Santo VeloLa tradizione relativa al Volto Santo si basa sul racconto, in parte leggendario, che ne fa Fra' Donato da Bomba nella sua "Relatione Historica" del 1640. Secondo questa tradizione, l'icona avrebbe fatta la sua prima apparizione a Manoppello nel 1506, abbandonata da un pellegrino "dal volto angelico" nelle mani del dottor Giacomo Antonio Leonelli. La famiglia Leonelli custodì gelosamente la reliquia per oltre un secolo, finché una delle eredi, tale Marzia Leonelli, cedette il Velo al dottor Donato Antonio De Fabriciis in riscatto del proprio marito tenuto in prigione a Chieti. Essendo ormai ridotto in condizioni precarie, De Fabriciis incaricò il padre Clemente da Castelvecchio di provvedere al suo restauro. Padre Clemente eliminò la parte di stoffa in eccesso intorno al volto impresso e affidò la sistemazione del resto a Fra' Remigio da Rapino, che realizzò, tra l'altro la pregevole cornice in legno di noce e inserì i due vetri di protezione. Successivamente, nel 1638 De Fabritiis affidò la reliquia ai Padri Cappuccini, che la inserirono nella loro chiesa. L'atto formale di cessione, che costituisce la prima vera prova documentale della presenza della sacra immagine a Manoppello, è datato 1646 e contiene la suddetta relazione di Fra' Donato.


L'immagine viene considerata "acheropita", cioè "non fatta da mano d'uomo", come altre famose reliquie di questo tipo, tra cui la "Sindone" di Torino, il "Volto Santo" di Lucca e l'immagine della Madonna impressa sul mantello di San Juan Diego nota come "Nuestra Señora de Guadalupe". A tale proposito, comunque, vi sono degli studi ufficiali discordanti. Un esame eseguito nel 1997 dal professor Donato Vittore, dell'Università di Bari, ha dimostrato che le fibre del Velo non presentano alcun tipo di pigmento e che l'immagine è identica da entrambi i lati del telo, il che dimostrerebbe che l'immagine non è stata dipinta. Il professor Giulio Fanti, dell'Università di Padova, ha dimostrato in un esame eseguito nel 2001 di aver riscontrato tracce di alcune sostanze colorate in alcuni frammenti del telo, su determinati particolari anatomici, rimanendo comunque dell'ipotesi che l'immagine, nella sua interezza, sia di natura acheropita [3]. Saverio Gaeta, in un libro intitolato "Il Volto del Risorto", scritto nel 2005 per la rivista "Famiglia Cristiana", giustifica i riscontri di tracce colorate con l'ipotesi di un ritocco eseguito nel Medioevo per dare maggiore intensità allo sguardo del volto.


Ai fini di questo sito, comunque, è interessante rimarcare l'aspetto simbolico di tale reliquia, lasciando le questioni di fede alla predisposizione individuale. La presenza di una reliquia importante, per giunta di origini molto antiche, in un determinato luogo crea una situazione molto particolare. In passato, era di importanza capitale: un oggetto così venerabile significava l'afflusso di molti pellegrini, e di conseguenza l'apporto di ricchezza, tra oblazioni in denaro, terreni ed altri beni da parte dei pellegrini più facoltosi (che poi erano la maggior parte, visto che affrontare un viaggio soprattutto nel Medioevo non era alla portata di chiunque). Tante persone che si riuniscono in un luogo, animate da uno scopo comune di natura benevola (la preghiera), creano un movimento energetico, una "bolla" di energia positiva che l'edificio religioso, grazie ad una sapiente progettazione da parte di individui con conoscenze iniziatiche, è in grado di raccogliere ed amplificare (tramite l'elemento femminile, ad es. la cripta o la navata), dirigere secondo percorsi stabiliti (ad es., le linee di energia evidenziate sul pavimento, i ghirigori dei pavimenti cosmateschi) e, se necessario, ritrasmettere all'Universo (tramite l'elemento maschile, ovvero il campanile, che fa da antenna). Quasi sempre, poi, l'edificio stesso è costruito già in partenza su un luogo di energia (la maggior parte degli edifici cristiani sono stati eretti su edifici pagani preesistenti), per cui questo processo è agevolato ed ampliato. Chi, ancora oggi, è in grado di leggere i sapienti indizi simbolici lasciati dai costruttori e di manipolare queste energie, laddove sia ancora possibile (se non è intervenuta la mano dell'uomo moderno, scevro dalle antiche conoscenze), può ricavarne notevoli benefici, nei sensi insegnati attraverso le Scienze Ermetiche.


  • Il Volto Santo e la "Sacra Sindone"

  • Secondo gli studi effettuati dal padre gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Iconologia e Storia dell'Arte Cristiana alla Pontificia Università Gregoriana, l'icona è perfettamente sovrapponibile al volto dell'uomo impresso sulla Sacra Sindone, conservata nel Duomo di San Giovanni a Torino. La Sindone, ovvero il sudario che avrebbe avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro e sul quale sarebbe rimasta impressa la sua immagine, viene ritenuta anch'essa di origine "acheropita". Questi risultati hanno portato a pensare che il "Velo di Manoppello" non sia la Veronica, bensì il sudario che fu posto sul volto di Cristo dopo la sepoltura. La perfetta sovrapponibilità, comunque, non dimostra nulla, in quanto anche per quanto riguarda la Sacra Sindone, esistono un'infinità di studi che dimostrerebbero la sua autenticità ed altrettanti che la smentiscono. La maggior parte di questi ultimi lascerebbero intendere che si tratti in realtà di un falso medievale ben congegnato, forse creato addirittura dai Cavalieri Templari, oppure di un falso più tardo, che in questo caso viene sovente attribuito al genio realizzativo di Leonardo Da Vinci.


  • Il Volto Santo e la "Santa Veronica"

  • L'altra identificazione che va per la maggiore è quella con il sacro lino che una pia donna utilizzò per asciugare il volto del Signore durante la sua ascesa al Calvario, per detergerlo da sangue e dal sudore. Su questo telo, per miracolo, rimase impressa l'immagine del volto di Cristo. Questo episodio, contrariamente a quanto spesso si crede, non è mai citato nei Vangeli, neanche in quelli apocrifi. L'episodio che più vi si avvicina è quello cosiddetto dell'emorroissa, cioè della donna che soffriva da dodici anni di emorragie, e che riesce a guarire toccando il mantello di Gesù. Gesù secondo i Vangeli, avverte questa potenza uscire dal suo corpo e si volta verso la donna; riconoscendo poi ila sua fede la benedice e la congeda.


    L'associazione tra questa donna e la donna del Velo deriva, probabilmente, dal fatto che in alcune versioni del Vangelo apocrifo di Nicodemo la donna emorroissa viene chiamata "Veronica", forse un adattamento del nome greco Berenice, che significa "portatrice di vittoria". Le prime versioni di questa leggenda cominciano a comparire invece in alcuni scritti apocrifi più tardi, collettivamente noti come "Ciclo di Pilato", ed in particolare la "Guarigione di Tiberio", la "Vendetta del Salvatore" e la "Morte di Pilato". In questa versione, l'imperatore Tiberio, gravemente malato, invia a Gerusalemme un emissario per punire i responsabili della morte di Gesù. Qui quest'uomo, chiamato Volusiano, trova un'immagine di Cristo in possesso della Veronica, l'emorroissa dei Vangeli; la fa trasferire a Roma e grazie ai suoi poteri l'imperatore ne è guarito.


    La tradizione della Veronica prende piede quando venne consolidato il rituale della Via Crucis, nel Basso Medioevo. Qui la tradizione viene leggermente modificata, attestandosi più o meno su quanto conosciamo noi oggi: la donna incontra Gesù mentre questi viene portato al Golgota per essere crocefisso. Avendone pietà, ella usa un telo di lino per tergergli il viso dal fango e dal sangue che lo ricopre, e il volto del Signore resta miracolosamente impresso nel telo, conferendogli poteri taumaturgici. L'episodio viene comunemente ricordato nella stazione numero VI.


    Una delle reliquie più comunemente associate alla Veronica sarebbe conservata presso la Basilica di San Pietro, a Roma, nella cappella che si trova dietro la statua di Santa Veronica, in corrispondenza del pilastro sud-ovest che sorregge la Cupola. Come abbiamo già fatto notare nell'articolo correlato, sussistono oggi forti dubbi sull'esistenza di questa reliquia al giorno d'oggi. Si vociferava, infatti, che la reliquia fosse stata rubata in un periodo imprecisato anteriore al 1606, che segna l'ultima apparizione ufficiale in pubblico. Nel 1617, senza spiegazione ufficiale, il Vaticano vietò la riproduzione dell'icona e addirittura, undici anni più tardi, ordinò il ritiro e la distruzione delle copie già eseguite. Se ciò non bastasse, le poche copie autorizzate rimaste presentano una vistosa anomalia iconografica: mentre quelle fino al 1617 presentano un volto serafico e finemente definito, con gli occhi aperti, quelle posteriori si presentano come una realizzazione grossolana, poco definita, e con gli occhi chiusi. È come se qualcuno ne avesse realizzata una copia "alla cieca", cioè andando a memoria, non essendo l'originale più disponibile.


    Oggi non esistono foto ufficiali dell'icona conservata in Vaticano, e nessuno viene più autorizzato a vederla. L'ultimo che ebbe questo privilegio fu lo storico dell'arte gesuita Joseph Wilpert, che nel 1907 venne ammesso a rimuovere due lastre di vetro per ispezionare l'immagine. La dichiarazione che egli rilasciò fu che vide solamente «un pezzo quadrato di stoffa leggermente colorata, alquanto scolorita dall'età, che porta due deboli macchie marrone-ruggine, unite l'una all'altra» [4]. Tuttavia ancora oggi, in occasione della V Domenica di Quaresima, nella messa vespertina delle 17:00 l'icona viene benedetta e mostrata in pubblico, ma la lontananza e il gioco di luci basse impediscono a chiunque di fotografare o di guardare bene l'immagine, vedendo solo delle informi chiazze scure.


    Se, dunque, la reliquia fu veramente rubata, è possibile che la stessa sia ricomparsa a Manoppello? In tal caso può essere accaduto che il ladro, pentito del suo gesto sacrilego, abbia deciso di abbandonare l'icona in mani sicure: ciò giustificherebbe la comparsa e la veloce dipartita del misterioso visitatore che lasciò il Velo alla famiglia Leonelli: altro che pellegrino "dal volto angelico"! Ma fu veramente così? Se la Chiesa cominciò ad occultare l'icona dopo l'ultima ostensione ufficiale, ovvero nel Giubileo del 1600, mentre il Volto è comparso a Manoppello all'inizio del '500, vuol dire che per circa un secolo, ovvero in almeno quattro occasioni ufficiali, in Vaticano si è mostrata una copia e nessuno se ne è accorto. Poi cosa sarebbe successo? Di fatto, qualcosa di strano è avvenuto con la reliquia conservata in Vaticano dopo questa data, ma non possiamo essere certi che quella esposta a Manoppello sia la stessa reliquia.



    Il Cammino del Volto Santo


    Mentre ci documentavamo per realizzare questo articolo, abbiamo saputo che da pochi anni è stato istituito un cammino di pellegrinaggio che ripercorre l'ideale viaggio della sacra icona dalla Basilica di San Pietro in Vaticano fino a Manoppello, secondo quanto narrato da Fra' Donato da Bomba nella 'Relatione Historica' del 1640. Questo Cammino del Volto Santo si svolge attraverso un percorso di circa 300 km, da percorrere in 10-12 giorni, ed attraversa un certo numero di località dal notevole interesse storico, culturale e religioso. Non ultimo, potremmo aggiungere noi, simbolico.


    Forse varrà la pena, un giorno, scrivere un articolo di approfondimento su questo Cammino, evidenziandone le tappe e i principali spunti di carattere simbolico, in modo analogo a quanto già iniziato con gli itinerari maggiori: il Cammino di Santiago di Compostela, la Via Francigena e il Cammino Micaelico. Ci limitiamo, per il momento a segnalare le varie tappe, prendendo spunto dall'edizione 2016:


    1° tappa: Roma (Basilica di San Pietro)

    2° tappa: Guidonia Montecelio, Tivoli

    3° tappa: Castel Madama, Vicovaro

    4° tappa: Cineto Romano, Riofreddo, Arsoli, Oricola, Carsoli

    5° tappa: Colli di Monte Bove, Roccacerro, Tagliacozzo

    6° tappa: Scurcola Marsicana, Massa d'Albe

    7° tappa: Celano, Aielli, Cerchio

    8° tappa: Collarmele, Pescina, Ortona dei Marsi, Cocullo

    9° tappa: Anversa degli Abruzzi, Bugnara, Prezza, Pratola Peligna

    10° tappa: Roccacasale, Popoli, Bussi sul Tirino

    11° tappa: Pescosansonesco, Castiglione a Casauria, Tocco da Casauria

    12° tappa: Bolognano, Scafa, Lettomanoppello, Manoppello





    Note:


    [1] Maria Grazia Lopardi, "I Templari e il colle magico di Celestino V", Ed. Idealibri, 2002.

    [2] Foto di RaBoe/Wikipedia, concessa in uso gratutio su licenza Creative Commons.

    [3] Giulio Fanti, "Che cosa c'è sui fili?", in Scienza & Paranormale, n. 74, luglio – agosto 2007.

    [4]Cit. in Ian Wilson, "Holy Faces, Secret Places", Ed. Doubleday, 1991.





    L'Abbazia di Santa Maria d'Arabona


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