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La Basilica di San Pietro in Vaticano


ROMA (Cittą del Vaticano)


– La Basilica Superiore –


I 'segreti' di San Pietro



Il Baldacchino del Bernini



Cenni storici


L'antica Basilica di San Pietro in Vaticano venne realizzata tra il 326 e il 333 dall'imperatore Costantino, che aveva già fatto edificare, tra il 313 e il 318, un'altra grandiosa basilica in Roma, quella di San Giovani in Laterano, che era stata già destinata come sede del vescovo di Roma (che solo successivamente, a partire dal 384 con Siricio, assunse la denominazione di "papa"). A quel tempo si ritenne di aver individuato, all'interno della vasta necropoli che sorgeva a ridosso del grandioso Circo di Nerone, una piccola edicola che segnalava (molto modestamente) il luogo di sepoltura dell'apostolo Pietro, che, a quanto riporta la tradizione, lo stesso Nerone aveva fatto crocifiggere al'incirca nell'anno 64. Per i dettagli su questo ritrovamento e per le dispute suscitate sulla sua autenticità, si rimanda all'articolo apposito, "Un percorso iniziatico nei sotterranei del Vaticano".


Per poter realizzare quest'opera, già allora pensata di dimensioni imponenti, l'imperatore fece spianare tutta l'area, distruggendo tutti i mausolei presenti nella necropoli, e livellare il terreno per creare una solida base per l'edificazione della Basilica. Il grandioso circo neroniano venne anch'esso demolito, e l'obelisco egizio, proveniente de Heliopolis, che il suo costruttore originario, Caligola, aveva fatto piazzare al centro come 'spina', venne collocato di lato, davanti l'erigenda chiesa.


Quando, nell'846, la chiesa fu assediata e saccheggiata dai Saraceni, l'allora papa Leone IV la fece circondare di mura fortificate, che sussistono ancora oggi e sono chiamate, appunto, Mura Leonine. San Pietro divenne sede del vescovo di Roma soltanto nel 1377, quando, al termine del periodo della cosiddetta "cattività avignonese", la sede del papato tornò dalla cittadina francese di Avignone, dove era stata spostata dal re di Francia Filippo il Bello, a Roma. All'inizio del XVI sec. venne decretata l'edificazione di una nuova basilica, ancora più grande e maestosa. Il progetto, avviato da papa Giulio II nel 1506, fu affidato in prima battuta all'architetto Donato Bramante, e si concluse solo nel 1626, all'epoca del papato di Urbano VIII. Nomi illustri si susseguirono per la sua realizzazione: al Bramante vennero chiamati a succedere Raffaello Sanzio e Baldassarre Peruzzi, che approntarono due diversi progetti ma non misero mai mano all'opera a causa di eventi avversi (la morte di Raffaello, nel 1520, e il Sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi, nel 1527). La direzione dei lavori fu dunque affidata ad Antonio da Sangallo il Giovane, il quale, per assicurarsi che l'opera sarebbe proseguita secondo il suo disegno anche dopo la sua morte, fece realizzare un imponente modello ligneo tuttora visibile in esposizione nelle cosiddette "sale ottagonali" della Basilica. Tuttavia il suo sforzo fu vano: Michelangelo Buonarroti, succedutogli alla sua morte nel 1546, giudicò il suo progetto troppo poco luminoso e stilisticamente scadente, perciò fece demolire in parte l'opera già iniziata e cominciò ad imporre il suo progetto. Per proteggere la sua idea, però, egli fu più avveduto ed agì d'astuzia, facendo accettare il suo progetto con una bolla papale, emanata da Paolo III, che obbligava i costruttori successivi a proseguire l'opera secondo i suoi piani. Dopo la morte di Michelangelo, il progetto proseguì per alcuni anni sotto la direzione di Giacomo Della Porta, che ne completò la cupola, e infine a Carlo Maderno, che completò la basilica aggiungendo al progetto originale di Michelangelo un transetto longitudinale, secondo le regole allora imposte dopo la Controriforma. A Gian Lorenzo Bernini, invece, toccò la sistemazione della piazza antistante, che ebbe luogo dal 1656 al 1667, periodo nel quale fu realizzato anche il famoso Colonnato. A Piazza San Pietro ed alle sue caratteristiche è dedicato un articolo a parte.



L'altare di Pietro, centro del mondo


Come è facilmente immaginabile, l'interno della Basilica pullula di opere d'arte realizzate dagli artisti più famosi, il cui elenco sarebbe interminabile e impossibile da presentare in queste pagine. Si va dalle statue, come la famosa "Pietà" di Michelangelo, ai dipinti, come quello presente nella Cappella del SS. Sacramento opera del Domenichino, da strutture architettoniche come il Baldacchino del Bernini a tombe come quella di Alessandro VII, sempre ad opera del Bernini.



Altare, Cupola e Lanterna allineati



Il grandioso interno è suddiviso in tre navate, separate da enormi pilastri. Il pavimento marmoreo di pregevole fattura include alcuni elementi della precedente Basilica Costantiniana, come il disco di porfido rosso sul quale Carlo Magno si inginocchiò durante la sua incoronazione. La navata centrale, lunga 186 metri, conduce, al centro del transetto, al cospetto del celebre Baldacchino di San Pietro, realizzato da Gian Lorenzo Bernini negli anni tra il 1624 e il 1633, ed ornato di colonnine tortili ispirate a quelle del Tempio di Salomone. Il baldacchino cinge l'altare principale della chiesa, detto di Clemente VIII, che è collocato sulla verticale esatta del sepolcro di Pietro. Per questo preciso punto fu scelto il passaggio del Meridiano Zero d'Italia, che ha una notevole importanza anche dal punto di vista simbolico. Sotto l'altare, da oculi aperti nel pavimento, si intravede la sottostante area delle Grotte Vaticane, con le tombe dei Papi.



La Veronica e la reliquia "scomparsa"


Da questo punto, sollevando lo sguardo verso l'alto, si ammira la Cupola, sotto la quale, all'interno di nicchie ricavate nella struttura dei pilastri che la sorreggono, sono inserite quattro statue ordinate da Urbano VIII nel 1463 ma realizzate soltanto a partire dal 1632. Queste statue, e gli alloggiamenti dietro e sotto di esse, custodiscono in posizione privilegiata alcune delle reliquie più preziose custodite nella Basilica. Vi troviamo, in ordine di realizzazione, la statua di Santa Veronica (1632), opera di Francesco Mochi, San Longino (1639), di Gian Lorenzo Bernini, Sant'Andrea (1640), di François Duquesnoy ed infine Sant'Elena (1646), opera di Francesco Bolgi.



Santa Veronica

San Longino

Sant'Andrea

Sant'Elena



La tradizione vuole che dietro la statua di Santa Veronica sia custodita una delle reliquie più preziose della Cristianità, il sacro telo, detto appunto la "Veronica", con la quale la pia donna avrebbe asciugato il volto di Gesù durante l'ascesa al Calvario e sul quale era rimasta miracolosamente impressa la sua immagine. C'è da dire, anzitutto, che Veronica non è il vero nome della donna, che è rimasto sconosciuto, ma una probabile contrazione della locuzione "Vera Icona", cioè la vera immagine, attribuita al Cristo.


A questo reperto, tuttavia, è legato un piccolo "giallo", o mistero, mai chiarito, che vedrebbe la "Vera Icona" misteriosamente rubata nella prima metà del XVII secolo, un furto che la Chiesa non riconobbe mai ufficialmente per timore di ripercussioni sull'immane folla di pellegrini che accorreva in chiesa per la sua venerazione, quanto mai gradito in quel periodo in cui occorrevano finanze per la nuova Basilica Vaticana in corso di realizzazione.


I fatti, in estrema sintesi, stanno così. Le ostensioni e la venerazione della "Veronica" cominciarono in Vaticano in epoca medievale, durante il papato di Innocenzo III (1198-1216), che istituì per essa una processione annuale e delle speciali indulgenze per coloro che vi avessero partecipato. In seguito, la Veronica veniva esposta ai fedeli in occasione dell'Anno Santo, proprio come avveniva per la Sacra Sindone, a Torino.


Tuttavia, per un motivo mai chiarito, dopo le ultime apparizioni ufficiali nel 1600, durante il giubileo di quell'anno, e nel 1606, quando con una solenne cerimonia l'icona venne deposta nella Cappella costruita nel Pilastro della Veronica, furono vietate ulteriori esposizioni. Non solo: nel 1616 la Chiesa vietò ogni riproduzione dell'icona e addirittura, nel 1628, venne ordinato il ritiro e la distruzione delle copie esistenti. Nelle poche copie autorizzate rimaste, si nota una clamorosa differenza iconografica: prima del 1617 il volto è estatico, finemente riprodotto, ed ha gli occhi aperti; dopo questa data, il volto sembra molto più grossolano, rozzamente rappresentato, ed inoltre ha gli occhi chiusi. Cosa è successo all'icona durante quegli anni?


C'è chi ha ipotizzato che la Veronica sia in realtà l'icona conosciuta come "Volto Santo" e venerata nel Santuario omonimo situato nella città marchigiana di Manoppello, in provincia di Pescara. Secondo la leggenda, questa icona venne abbandonata nel 1506 nelle mani del dottor Giacomo Antonio Leonelli da un misterioso pellegrino dal volto "angelico", che sparì misteriosamente subito dopo la consegna. La famiglia Leonelli custodì gelosamente la reliquia per oltre un secolo, fino a quando una discendente non la cedette al dottor Donato Antonio de Fabriciis in riscatto del proprio marito tenuto in prigione a Chieti. Questo è quanto afferma la leggenda; in realtà la prima prova documentale certa che attesta la presenza del Volto Santo a Manoppello è l'atto di cessione, datato 1646, dell'icona da parte di De Fabriciis all'ordine dei Frati Cappuccini, che costruirono un apposito santuario per la sua venerazione.


Dunque è plausibile che l'icona trafugata in Vaticano sia ricomparsa, vuoi per il pentimento del ladro, vuoi per il disagio di un eventuale ricettatore deciso a disfarsi della scottante reliquia il più presto possibile, a Manoppello, dov'è tuttora venerata. E in Vaticano, dunque, cosa sarebbe in realtà custodito?


Di fatto, ancora oggi la Cappella della Veronica nella Basilica di San Pietro è interdetta al pubblico; l'accesso alla stessa è consentito soltanto ad un ristretto gruppo di privilegiati, i Sampietrini, che costituiscono l'insieme dei canonici di San Pietro con il loro apparato organico. Non esistono fotografie a colori e nemmeno in bianco e nero, e persino le richieste più formali e ad alto livello vengono regolarmente ignorate. Nel giubileo del 1950 si decise un'ostensione eccezionale, ma la tela venne mostrata dall'alto della balconata, troppo lontano per distinguere qualsiasi dettaglio. I pochissimi testimoni che sono stati ammessi a guardare da vicino la preziosa icona riferiscono di aver osservato un quadrato di tela bianca con alcune macchie indistinte, senza apparenza di un volto. Perché, dunque, tanto riserbo viene mantenuto su questa icona quando ormai anche per la Sacra Sindone, che è ben più importante, tanta riservatezza è decaduta?



San Longino e la "Lancia del Destino"


Nella preziosa teca che custodisce il vero o presunto telo della Veronica, sono contenute altre due preziose reliquie di importanza capitale: un ampio frammento della Vera Croce, che Sant'Elena trovò e portò a Roma da un viaggio in Terra Santa, ed una scheggia della Lancia di Longino, l'arma con la quale il centurione romano trafisse il costato di Gesù, secondo il racconto che ne fa Giovanni nel suo Vangelo (Gv. 19, 33-34). Da allora, grazie al contatto con il sangue divino, la lancia ha acquisito magici poteri di guarigione ed è diventato un oggetto mitologico la cui fama è seconda soltanto a quella del Santo Graal.



La Lancia di Longino

La Lancia di Longino (Museo di Hofburg, Vienna)



In realtà la storia di questa reliquia è molto complessa, e ad un certo punto il suo culto si mescola a quello di un'altra lancia altrettanto venerata, la "Lancia Sacra" (o Heilige Lanze), uno dei simboli più importanti del Sacro Romano Impero. Fatto sta che durante il Medioevo ci furono almeno quattro reliquie che vennero identificate con la Lancia di Longino.


La prima è proprio la Lancia Sacra di Ottone I, simbolo del Sacro Romano Impero, nella quale venne successivamente inglobato il frammento di uno dei chiodi della croce di Gesù. Questa Lancia, ambita da Napoleone e poi da Hitler che la fece prelevare dai suoi fedelissimi e la fece portare a Norimberga, è oggi custodita nel suo luogo originario, il Museo di Hofburg, a Vienna. Di questa Lancia Ottone III fece realizzare una copia che si trova oggi esposta a Cracovia.


La Lancia Sacra di Antiochia, portata in Armenia dall'apostolo Giuda Taddeo e che si diceva fosse stata ritrovata durante la Prima Crociata, è oggi custodita nel museo della cattedrale di Echmiadzin, in Armenia.


Si ha poi una terza lancia, di cui parla il Chronicon Paschale (una cronaca bizantina del VI sec. scritta da un anonimo contemporaneo di Eraclio), che si trovava ancora a Gerusalemme nel 615, quando la città santa venne conquistata da Cosroe II. Secondo questa cronaca, la punta della lancia era stata spezzata in due. Essa venne consegnata in quell'anno a Niceta, che la portò a Costantinopoli e la depose nella Chiesa di Santa Sofia. La punta venne racchiusa in un'icona e nel 1244 venne donata da Baldovino II, Imperatore Latino di Costantinopoli, al re Luigi IX di Francia, che cinque anni dopo si pose alla guida della VII Crociata. Il re francese depositò questa punta di lancia, insieme ad un'altra importante reliquia, la Corona di Spine (che aveva già acquisito rocambolescamente nel 1239), nella Sainte-Chapelle, che egli stesso fece edificare tra il 1246 e il 1248. Queste reliquie vennero frettolosamente spostate presso la Bibliothèque Nationale de France durante la Rivoluzione Francese, ma poi vennero disperse dai rivoluzionari.


L'ultima reliquia, quella che ci interessa più da vicino, è la lancia che il sultano turco Bayazid II donò al papa Innocenzo VIII nel 1492. Si trattava, in realtà, di una parte di lancia che il sultano identificava come Lancia di Longino e che egli aveva conquistato a Costantinopoli nel 1453. Secondo alcuni, è questa la parte mancante della punta di lancia di Luigi IX. Innocenzo VIII portò la reliquia in Vaticano e da allora è sempre lì che è stata custodita.



L'enigma della tomba di Innocenzo VIII


Statua di papa Innocenzo III A Innocenzo VIII, in origine Giovanni Battista Cybo, papa dal 1484 al 1492, è legato un altro degli enigmi "nascosti" della Basilica di San Pietro, di cui parla ampiamente Ruggero Marino nel suo libro "Cristoforo Colombo e il papa tradito" (1991) e in altri che hanno fatto seguito a questo. Il ricercatore italiano ha dedicato molti anni di studio alla ricerca della comprensione della verità su Cristoforo Colombo, sui suoi rapporti con Innocenzo III e con i Cavalieri Templari, e sulla scoperta dell'America, giungendo a conclusioni tanto straordinarie quanto "scomode".


L'enigma sarebbe celato nell'epitaffio funebre inciso sopra la sua tomba, che si trova a circa metà della navata destra della Basilica ed è liberamente visibile tranne nel periodo natalizio, quando l'intera zona viene occupata dal classico presepe. La scultura posta sopra la tomba, opera del Pollaiolo, rappresenta il papa assiso in trono, circondato da alcune immagini allegoriche. Al di sotto di essa si trova l'epitaffio, scritto con lettere d'oro su una lastra di marmo nera. Nella terza riga si legge chiaramente: "Novi orbis suo aevo inventi gloria", cioè "Durante il suo regno la gloria della scoperta del Nuovo Mondo". La scoperta dell'America è datata "ufficialmente" all'Ottobre del 1492, mentre Innocenzo VIII è morto nel mese di Luglio dello stesso anno, una settimana prima dell'inizio della spedizione di Cristoforo Colombo. Come si giustifica una tale incongruenza? Apparentemente con il fatto che fu Innocenzo VIII che definì Re Cattolici i sovrani uniti di Castiglia e Aragona, ciò che permise poi di avviare le trattative di Colombo con loro, dopo il fallimento della sua campagna presso i sovrani del Portogallo. Ma questo merito è anch'esso ricordato nell'epitaffio, giusto alla riga successiva ("Regi Hispaniarum Catholici nomine imposito"), per cui sembrerebbe un'inutile ripetizione. La lapide venne posta nel 1621. Se l'accenno alla scoperta del nuovo mondo non è il frutto di una svista, bisogna ammettere che il papa ebbe un ruolo importante in questa vicenda, e le ricerche di Ruggero Marino confermano tale ipotesi.



Epitaffio di Innocenzo VIII

Epitaffio funebre di papa Innocenzo VIII



Il papa Cybo, per cominciare, era figlio di un Aronne, o Abramo, (un nome di origine ebraica) e nipote di una Sarracina (appellativo riferito a persone di provenienza araba): essendo lui cristiano, dunque, riuniva nel suo sangue le etnie delle tre più grandi religioni monoteistiche del mondo. Secondo gli ideali che furono dei Templari, attraverso di lui si poteva sperare in una chiesa universale che unificasse i tre culti promulgandone la conciliazione. Inoltre, la sua famiglia era originaria di Rodi, dove a quel tempo risiedevano gli ex Ospitalieri, divenuti Cavalieri di Rodi e futuri Cavalieri di Malta.


I Templari di cui si parla non esistevano più ufficialmente da più di un secolo e mezzo, ma non è da escludere che l'Ordine e le sue conoscenze non potesse essere sopravvissuto allo scioglimento. In fondo, è un dato di fatto, ad esempio, che in Portogallo l'Ordine non fu soppresso, ma fu semplicemente cambiato di nome, diventando Ordine di Cristo, ma uomini e beni rimasero di loro proprietà. Giovan Battista Cybo, tra l'altro, è accreditato come uno dei Gran Maestri dell'Ordine. In Spagna, i Cavalieri Templari vennero sciolti, ma i loro membri e i loro beni confluirono in altri ordini, nati a quel tempo, in particolare, l'Ordine di Calatrava. Spagna e Portogallo erano al tempo di Colombo le due massime potenze in espansione coloniale, le uniche che potevano permettersi il lusso di investire denaro e mezzi alla ricerca di un nuovo mondo.


Attraverso varie argomentazioni, Ruggero Marino ha sostenuto nei suoi saggi la forte possibilità che Cristoforo Colombo fosse uno dei figli non ufficiali del papa, circa una dozzina, che vennero distinti dai due figli ufficiali, avuti prima che intraprendesse la carriera ecclesiastica, con la dicitura "nepos", ossia nipote [1]. La spedizione di Colombo nel Nuovo Continente venne finanziata in parte dagli Italiani ed in parte dagli Spagnoli. La parte italiana venne sborsata da alcune famiglie fiorentine e genovesi. Secondo le ricerche di Marino, queste ultime erano imparentate con Giovan Battista Cybo. Quanto alla quota fiorentina, essa venne versata da Giannotto Berardi, il banchiere dei Medici, in particolare di Lorenzo de Medici, detto il Magnifico. Dopo l'installazione sul soglio pontificio, una delle prime preoccupazioni di papa Innocenzo VIII fu quella di combinare il matrimonio tra il proprio figlio legittimo Franceschetto e Maddalena de Medici, la figlia di Lorenzo. Un'unione che, a quanto pare, era stata molto lungimirante. Quanto alla parte spagnola, è noto che essa venne fornita dalla Santa Hermandad nella persona dei suoi due amministratori: Luis de Santangel e Francesco Pinelli. Luis de Santangel era colui che raccoglieva le rendite ecclesiastiche nel regno di Aragona per conto del papa, mentre Pinelli, di origini genovesi, era un nipote di Innocenzo VIII. Colui che perorò la causa di Colombo presso la corte spagnola fu un frate francescano di origini umbre: Alessandro Geraldini, mentre il fratello Antonio fu colui che introdusse il navigatore genovese a corte. Geraldini era nunzio apostolico e quindi uomo di fiducia di Innocenzo VIII.


Se il papa lavorò alacremente "dietro le quinte" per orchestrare la spedizione di Colombo verso le Indie, forse una copertura della vera missione che era quella di "riscoprire" il continente americano già noto in quanto rappresentato su alcune antiche mappe come quella di Piri Reis, è altrettanto noto che egli non vide mai compiuta la sua opera, giacché trovò la morte nel 25 Luglio 1492, giusto una settimana prima della partenza di Colombo da Palos con le sue tre caravelle. Qualcuno afferma che la sua morte non fu casuale e che l'artefice potesse essere stato lo stesso papa che gli succedette, Rodrigo Borgia, salito al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI, noto esperto di macchinazioni e dell'uso dei veleni. Questo perché con l'appoggio di un papa spagnolo, la Spagna poteva tenere per sé tutti i benefici della scoperta del nuovo mondo, impedendo così l'utilizzo di eventuali ricchezze per il finanziamento di una nuova Crociata. Il nuovo papa emise subito alcuni provvedimenti per far dimenticare la figura e l'operato del suo predecessore, eppure, nonostante quest'opera di "damnatio memoriae", il monumento funebre di Innocenzo VIII fu l'unico ad essere stato traslato dalla vecchia Basilica Costantiniana quando venne realizzata la nuova chiesa, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1506.



La Madonna Nera



La Madonna Nera



Per concludere il nostro excursus sugli aspetti simbolici della Basilica, non può mancare un accenno alla presenza, discreta, di un'icona di Madonna Nera, che si trova nella navata destra, prima del transetto e subito dopo la Cappella del Santissimo Sacramento. Si tratta dell'icona nota come "Madonna del Soccorso", risalente all'XI secolo, che si trovava già esposta nella primitiva Basilica Costantiniana. La cappella in cui è esposta attualmente non è direttamente accessibile al pubblico, ma l'icona può essere osservata solo da lontano, tuttavia disponendo di una macchinetta fotografica con un buono zoom è possibile apprezzarne meglio i dettagli. Ad es., è possibile apprezzare la corona di 11 Stelle Polari che sovrasta la nicchia. Il simbolismo della Stella Polare è frequentemente associato a quello della Madonna, ma il numero undici, inusuale, desta alcune curiosità. Nella simbologia cristiana il numero undici rappresenta, di solito, il numero degli Apostoli dopo la Crocifissione, quando Giuda, pentitosi del tradimento, decide di porre fine alla sua vita impiccandosi. Cosa mette in relazione questo significato con l'icona di una Madonna (Nera) con Bambino?





Introduzione

Piazza San Pietro

Le Grotte Vaticane

La Necropoli Vaticana


Il Primo Meridiano d'Italia


I luoghi del Lazio