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La Basilica di San Nicola


BARI



Basilica di San Nicola



La Basilica di San Nicola di Bari, pur non essendo mai stata sede del vescovo, rappresenta una delle più importanti basiliche santuario della Cristianità. Questo perché durante il Medioevo la città di Bari era un sito d'importanza cruciale, tappa obbligata per tutti i pellegrini che dovevano recarsi a Gerusalemme, imbarcandosi dal porto, oppure per coloro che, giunti dall'Oriente, dovevano proseguire il loro viaggio verso Roma o Santiago di Compostela.


Eretta sul finire dell'XI sec., la basilica fu, con le sue mura imponenti, la facciata tripartita, i grandi portali, la triplice navata interna, gioiello e modello per lo stile romanico pugliese, al quale via via le costruzioni successive si adattarono. La chiesa nacque per sottolineare la vittoria sul potere bizantino e legittimare nello stesso tempo il potere dei Normanni, e per la sua costruzione venne designata l'area occupata precedentemente dal Palazzo del Catapano, ossia il Governatore delegato da Bisanzio. Il palazzo, o meglio, le rovine che ne restavano, era stato concesso da Roberto il Guiscardo al vescovo Ursone l'anno precedente.


La traslazione delle reliquie di San NicolaPer far sì che la cattedrale assurgesse al suo ruolo designato di luogo simbolico, occorreva però una grande reliquia, qualcosa di veramente importante che tutti potessero fermarsi e venerare debitamente, anche con il lascito di offerte e donazioni. Per tale motivo il vescovo Ursone e poi il suo successore Elia si adoperarono in ogni modo per favorire ed organizzare la traslazione del corpo di San Nicola, che era stato vescovo della città di Myra, in Turchia (l'odierna Kale), ed era diventato uno dei Santi più amati e venerati del mondo cristiano, patrono di naviganti, di studenti e di fanciulle.


La parola "traslazione" è in realtà un eufemismo riportato nei documenti ufficiali. Da un punto di vista più pratico, di fatto, essa fu una vera e propria spedizione militare (in termini moderni diremmo un "commando"), formata da 35 marinai e 27 cavalieri italiani e stranieri, più due monaci benedettini, organizzata e condotta con fredda precisione per battere sul tempo i Veneziani, anch'essi interessati alle spoglie del Santo. Il 9 Aprile 1087 questo manipolo scelto, salpando dal porto di Bari con tre imbarcazioni, giunse sulle coste della Turchia, penetrò in un antico monastero ortodosso turco, trafugò il corpo del Santo e tornò con esso a Bari, attraccando al porto di San Giorgio il 7 Maggio dello stesso anno.


Le reliquie non vennero consegnate al vescovo, bensì al monastero di San Benedetto, retto dall'abate Elia, che ne curò la custodia fino a che la nuova basilica non fosse terminata. I lavori per la sua costruzione iniziarono subito dopo, con il contributo finanziario di tutto il popolo barese. Il 1° Ottobre 1089 il papa Urbano II consacrò la cripta e vi fece deporre le reliquie del Santo. La costruzione terminò nel 1108, mentre la consacrazione della chiesa superiore avvenne nel 1197. Nella chiesa furono sepolti anche alcuni marinai, tra gli autori della traslazione.



Re Artù e il Santo Graal



La lunetta del Portale dei Leoni



La Porta dei LeoniUno dei misteri che circonda la cattedrale barese è certamente quello legato ad una presenza alquanto singolare: l'immagine di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Cosa ci fa un riferimento così specifico in una cattedrale cristiana di origine medievale? Il personaggio in questione si trova raffigurato all'interno della lunetta di uno degli ingressi laterali, chiamato la "Porta dei Leoni", o anche "Porta degli Otto Cavalieri". Nella fascia interna della lunetta, vediamo, per l'appunto, otto cavalieri, quattro per lato, che attaccano in sella ai loro cavalli, con le lance in resta, una cittadella fortificata, difesa da alcuni uomini appiedati. L'identificazione di questi cavalieri con quelli del ciclo arturiano non è esplicita, ma nasce dall'osservazione della straordinaria somiglianza di questo bassorilievo con quello che decora il Portale della Pescheria nel Duomo di Modena. In quel caso, però, sono presenti accanto alle figure dei cavalieri delle incisioni che riportano i nomi dei personaggi raffigurati, e che non lasciano dubbi sulla loro interpretazione: a sinistra, i tre cavalieri identificati sono Isdernus, Artus de Bretani e Burmaltus, mentre a destra abbiamo Galvaginus, Galvarium e Che. È proprio il riferimento ad Arturo di Bretagna che sorprende, in quanto le leggende su Re Artù ed in particolare l'episodio narrato sulla porta (l'attacco al castello del malvagio signore Mardoc per la liberazione della principessa Ginevra ivi tenuta prigioniera) risalgono in forma scritta al XIII sec., cioè almeno cento anni dopo la realizzazione della scultura stessa! D'altronde, non sarebbe neanche un caso isolato, perché anche nel famoso pavimento musivo della Cattedrale di Otranto compare, tra i numerosi personaggi, un Rex Arturius e anche questo in notevole anticipo rispetto alle tradizioni scritte del ciclo di Artù.


L'ipotesi più plausibile è che prima di essere messe per iscritto in opere letterarie, le leggende su Re Artù e sul Santo Graal venissero tramandate oralmente da trovatori e menestrelli, e che fossero giunte in Italia al seguito delle invasioni dei Normanni. Tuttavia la strana presenza ha fatto della cattedrale barese uno dei tanti luoghi indicati come possibile custodia del Sacro Calice. Il legame della cattedrale con le Crociate, e con la storia di San Nicola e della manna miracolosa che stillerebbe ancora oggi dalle sue ossa (che avrebbe proprietà taumaturgiche proprio come il sacro calice nel quale sarebbe stato raccolto il sangue di Cristo), non ha fatto altro che alimentarne la leggenda.



Il crittogramma di San Nicola


Interno della BasilicaNel transetto destro della basilica si trova un prezioso altare, detto "del Patrocinio", dedicato al Santo, qui collocato nel 1958 e interamente rivestito di una lamina d'argento sbalzato, con la rappresentazione in 11 riquadri della vita e dei miracoli di San Nicola di Myra. L'opera, del 1864, venne commissionata dal priore Alessandro Pallavicino agli orafi napoletani Ennio Avitabile e Domenico Marinelli, in sostituzione di un altare più antico, e venne all'epoca collocata nella cripta.


La lamina d'argento posta al centro della mensa d'altare presenta un'insolita caratteristica. Nella parte centrale è cesellata a volute floreali, ma sui bordi, in una specie di cornice, riporta una fitta sequenza di lettere alfabetiche maiuscole, consonanti e vocali, senza senso compiuto, a volte intervallate da piccoli gruppi di punti. Alla fine della sequenza, che comprende un totale di 624 caratteri) dopo un'incisione a forma di "Nodo d'Amore" e un'altra figura quadrilobata, si legge una frase in chiaro con il nome dell'incisore Marinelli; questi caratteri sono però più rozzi e paiono tracciati da mano diversa.


Si tratta di un crittogramma, di una scrittura cifrata, mai completamente svelato, sul quale sono state fatte numerose ipotesi e scritte tante opere di fantasia, non ultima lo splendido speciale del fumetto "Martin Mystere" di Alfredo Castelli, il cui primo numero, pubblicato nel 1995, venne proprio dedicato al mistero del crittogramma.



Il crittogramma di San Nicola

Il crittogramma di San Nicola



Quello del crittogramma di San Nicola è un mistero poco noto ma molto affascinante: chi l'ha posto in quel luogo e per quale scopo? Si tratta di un messaggio cifrato, che contiene le indicazioni per tracciare e ritrovare una sacra reliquia o un tesoro, come sostengono alcuni, o un gioco, un enigma tracciato su un piatto d'argento per scopi ludici e poi riutilizzato per ricoprire l'altare, come sostengono altri? La questione rimane ancora aperta: al mistero del crittogramma, alle sue interpretazioni ed alle indagini crittografiche abbiamo dedicato un articolo a parte.



San Nicola e la "manna" miracolosa


La manna di San NicolaNella cripta della Basilica, sotto l'altare, sono custodite ancora oggi le ossa del Santo. La figura di San Nicola era ampiamente nota e venerata durante tutto il Medioevo. Il Santo, che già in vita era noto per aver compiuto un gran numero di prodigi ed ebbe la fama di essere un taumaturgo, aveva continuato a far miracoli anche dopo la morte. Subito dopo la sua morte, infatti, dai suoi resti deposti all'interno della tomba preparata nella Basilica di Myra, cominciò a scaturire un liquido particolare, lattiginoso e profumato, chiamato "myron" (da cui successivamente prese il nome la località), a cui i fedeli attribuirono presto un potere di guarigione. Anche dopo la traslazione dei resti a Bari il fenomeno è continuato incessantemente, e si tratta di fatto del più noto caso italiano di tal genere, che si verifica da secoli in modo inesauribile. Studi specifici e analisi batteriologiche e chimiche su campioni di manna prelevati dall'arca del santo hanno dimostrato che essa è in realtà un'acqua straordinariamente pura, con un bassissimo valore di residuo fisso, non tipico delle acque di infiltrazione e di raccolta sotterranea.


Dal 1980 la "manna" viene ufficialmente prelevata ogni anno il 9 Maggio, festa della Traslazione, dal Rettore della Basilica, alla presenza del Delegato Pontificio, l'Arcivescovo di Bari, delle autorità, del clero e dei fedeli con un'ampolla di cristallo, artisticamente dipinta e chiamata il "vetro di San Nicola". Quella che viene distribuita ai fedeli, invece, è acqua semplice in cui vengono disciolte alcune gocce di "manna" pura. Questo liquido, conservato in bottigliette, viene usato come bevanda oppure per aspergere le parti del corpo ammalate.



La "Sacra Spina" ed altre reliquie


La Sacra SpinaOltre alle spoglie del Santo, la cripta della Basilica di San Nicola contiene un gran numero di altre reliquie, affluite nella chiesa in periodi differenti. Tale abbondanza fu dovuta principalmente a due fattori. Il primo fu il ruolo rilevante che la città di Bari, e dunque la sua cattedrale, rivestì nel Medioevo dopo la Prima Crociata (1096). Per oltre mezzo secolo, infatti, Bari fu intenso crocevia di cavalieri, mercanti, vescovi, monaci e semplici pellegrini che andavano o tornavano da Gerusalemme. Il secondo motivo è la devozione particolare che il re di Napoli Carlo II d'Angiò (1285-1309) nutriva per San Nicola.


Fu proprio lui, infatti, che nel 1301 donò alla Basilica una "Sacra Spina", proveniente dalla corona che fu posta sul capo di Gesù durante la Passione, ed un frammento della Vera Croce. Il re angioino era intenzionato a fare della cattedrale la sua "cappella regia", sul modello della Sainte-Chapelle di Parigi che aveva custodito la corona. Questa spina santa ha la singolare proprietà, come altre spine della corona, di colorirsi di un alone rossastro ogni Venerdì Santo che cadesse nel giorno dell'Annunciazione (25 Marzo).


Molte delle altre reliquie vennero accumulate sotto la guida dell'abate Elia, figura imponente e certamente rilevante nella storia della chiesa. Grazie alla sua influenza, infatti, al Capitolo della Basilica affluirono numerose reliquie sacre: un braccio di San Tommaso Apostolo, una ciocca di capelli della Vergine Maria, e resti dei corpi di San Vincenzo martire, di San Giacomo Maggiore e San Giacomo Minore.


Sotto Carlo d'Angiò, invece, molte altre reliquie vennero raccolte e accumulate nella cattedrale, a cominciare da quelle classiche, relative alla Passione di Gesù. Tra esse ricordiamo, oltre le già citate, un frammento della Sacra Spugna che venne imbevuta d'aceto per inumidire la labbra di Gesù sulla croce, un dente di Maria Maddalena, e un frammento della "Croce del Buon Ladrone". Tra le altre, giunte anche nei secoli successivi, troviamo un frammento della veste di Gesù, una scheggia della Sacra Culla ove egli fu deposto appena nato, una goccia del sangue di Santo Stefano ed una delle pietre che fu usata per la sua lapidazione, un poco di sangue di San Pantaleone martire, un grumo di cera delle candele del Santo Sepolcro accese da un angelo durante la Prima Crociata e frammenti di ossa e di altro materiale dei più svariati santi e martiri cristiani. Molte di queste reliquie, la cui bizzarria ne palesa evidentemente la falsità, oggi sono andate perdute e di esse rimangono solo i preziosi reliquari in pietre preziose ed ori che furono costruiti per esporle all'adorazione dei fedeli.


La Colonna MiracolosaUna menzione a parte merita la cosiddetta "Colonna miracolosa", un frammento di colonna di marmo rossiccio che si può vedere ingabbiato in un angolo della cripta, a destra dell'ingresso. La devozione popolare attribuisce a questa colonna proprietà taumaturgiche, ed una volta essa era collocata al posto della seconda colonna di destra. Le leggende sorte attorno a questa colonna sono numerose e molto diverse tra loro. Secondo alcune tradizioni, essa venne trainata dagli stessi buoi che parteciparono alla traslazione delle reliquie del Santo, come elemento decorativo per l'erigenda basilica. Altre storie attestano invece che lo stesso San Nicola contribuì in modo miracoloso alla sua collocazione. Il Santo di Myra, recatosi a Roma in visita al papa Silvestro, si fermò ad ammirare questa colonna facente parte di una casa in corso di demolizione, appartenuta ad una famosa donna di malaffare. Sospintala nel Tevere, la colonna subitaneamente riapparve nelle acque del porto di Myra, ed egli la collocò nella cattedrale. Ancora, la colonna fu vista galleggiare nelle acque del porto di Bari nel momento della traslazione delle reliquie del Santo. Tuttavia nessuno era in grado di prenderla; solo quando la cattedrale fu terminata, lo stesso San Nicola, apparso insieme a degli angeli, raccolse la colonna e la pose in opera nella cattedrale, al posto di un pilastro innalzato dall'abate Elia. Dal punto di vista simbolico, non si tratta altro che di un accentratore di energie sacre, alla stessa stregua di un omphalos; probabilmente il luogo in cui essa era collocata era il punto nodale delle energie telluriche della chiesa.



La Triplice Cinta


La Triplice CintaLungo il perimetro esterno della chiesa, scorrendo le pietre delle mura, si notano alcuni bassorilievi ed altre incisioni, che testimoniano, ad es., il luogo di sepoltura di qualcuno. Molte di queste iscrizioni presentano la "N" inversa. D'altronde, anche tutte le "N" del citato crittogramma appaiono tracciate in forma rovesciata. La presenza più interessante, comunque, tra tutte queste è, presumibilmente, quella di una Triplice Cinta, su una lastra del cordolo perimetrale, sul lato sinistro della Basilica. Si tratta, in realtà, di una forma indistinta, nella quale è possibile riconoscere parte del quadrato più esterno e, a malapena, alcuni frammenti di quello intermedio (se di Triplice Cinta si tratta). Impossibilitati a stabilire se le tracce visibili siano o meno appartenute ad una Triplice Cinta, si può solo ipotizzare che essendo questo segno molto frequente in terra di Puglia (se ne trovano esemplari sulle chiese di Trani, Sovereto, Canosa, Pulsano e tanti altri), la sua presenza è molto probabile.





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