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Il mitreo di Sutri


(Chiesa di Santa Maria del Parto)


Sutri (VT)



Il mitreo di Sutri



Di tutti i mitrei che abbiamo avuto modo di visitare e di descrivere in queste pagine, quello che si trova a Sutri, in provincia di Viterbo, è uno dei più interessanti dal punto di vista della ricerca simbolica. Questo sito, infatti, è stato trasformato direttamente in chiesa cristiana, quando il culto di Gesù Cristo si è sovrapposto, finendo per deporlo, a quello di Mitra. Il passaggio segna la lenta trasformazione del culto e il suo adattamento alla nuova religione: il mitreo, infatti, divenne subito un luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo, e solo successivamente, nel '700 circa, la dedicazione della chiesa cambiò per essere associata alla Madonna col Bambino (Chiesa di Santa Maria del Parto).


Vedremo, quindi, un interessante collegamento che emerge, soprattutto, nell'analisi degli affreschi ivi presenti, tra il culto mitraico e quello micaelico, che ebbe il centro di origine su Monte Sant'Angelo, in Gargano, per poi diffondersi in altri luoghi. Non solo: analizzando, infatti, meglio i dettagli simbolici a corredo del mito, si notano alcune strabilianti similitudini con un altro famoso mito cristiano, quello legato alla figura di San Giacomo il Maggiore.


In considerazione del fatto che la città di Sutri fu una delle più importanti tappe del cammino di pellegrinaggio della Via Francigena, già enumerata in origine tra le soste nel diario di viaggio dell'abate Sigerico (ca. 990), si pone dunque un doppio legame tra il Cammino Micaelico (il cui elemento simbolico di massimo spicco è la cosiddetta "linea di San Michele"), il Cammino della Francigena e quello di Santiago di Compostela.


In tutti e tre questi miti, come testimonia questo piccolo ma fondamentale mitreo laziale, emerge la figura simbolica del toro, che tra i suoi tanti significati simbolici ha senza dubbio quello di rappresentare la sublimazione delle energie telluriche (simboleggiate nelle sue quattro zampe stabilmente posate sulla terra) verso il cielo, ossia verso le energie cosmiche (simboleggiate mediante le corna che, come antenne, puntano verso l'alto).


Dunque il quadro è quasi del tutto completo; quasi, però, perché manca un ultimo elemento a chiudere il mazzo delle corrispondenze, forse una coincidenza, ma sicuramente degno di non essere trascurato. In età medievale, infatti, tutto il territorio di Sutri, in particolare la zona dell'anfiteatro romano e del mitreo, era sotto il controllo dei Cavalieri Templari, che qui avevano un'importante precettoria per il controllo della via di pellegrinaggio. Di questa antica mansione oggi rimane l'edificio della Chiesa di Santa Maria del Tempio, posta a non molta distanza dall'antico mitreo.



Il tempio di Mitra



L'ingresso del tempio

L'ingresso del tempio scavato nella roccia



L'antica chiesa conserva la struttura originaria del mitreo che la precedette: l'unica navata, lunga e stretta, con i due banconi ai lati, ricalca la tipica sala mitraica, coperta con una volta a botte che originariamente doveva essere certamente decorata come un cielo stellato. L'intero complesso è scavato nella malleabile roccia tufacea del colle sul quale sorge, come il vicino anfiteatro romano e la necropoli etrusca.



L'altare della chiesa nella nicchia di fondo


Si ritiene, infatti, che il mitreo possa essere stato realizzato, in origine, proprio reimpiegando alcune di queste tombe, abbattendone le pareti divisorie. Lateralmente sono stati realizzati dei pilastri che creano, in questo modo, altre due strette navate laterali.


In fondo alla sala, al posto dell'attuale altare, doveva trovarsi quello dedicato a Mitra e nella nicchia sul retro, ancora visibile, doveva essere alloggiato un bassorilievo con la raffigurazione della tauroctonia, mai ritrovato e quindi, probabilmente, andato distrutto. Oggigiorno, invece, troviamo al suo posto un affresco della Natività nel quale, comunque, sempre un toro compare...



L'affresco della Natività

L'affresco della Natività nella nicchia di fondo



Al centro della navata si apre una fossa, da alcuni identificata con la fossa sanguinis, la buca in cui si raccoglieva il sangue del toro sacrificato; altri, invece, ritengono che essa sia stata scavata dopo la trasformazione in chiesa cristiana, come sacello per l'interramento di reliquie e delle ossa di qualche martire locale. La piccola anticamera, oggi riccamente affrescata, presenta una porta di accesso sul fianco, così da creare un imponente effetto scenografico per chi entra, il quale si trova al cospetto della lunga navata scavata nella roccia voltandosi alla sua sinistra.



Il culto di San Michele Arcangelo


Con il sopravvento del Cristianesimo, dunque, il mitreo venne convertito in chiesa cristiana e la sua prima dedicazione fu, con tutta probabilità, all'Arcangelo Michele, la cui figura negli affreschi del presbiterio è rilevante rispetto a tutte le altre. Tra queste, ricordiamo una Madonna con Bambino e un San Cristoforo, gigante, che reca il Cristo Bambino sulle spalle. È significativo osservare, per quanto verrà detto nel seguito, che nel calendario liturgico la festa di San Cristoforo viene celebrata subito dopo quella di San Giacomo il Maggiore e che questa figura, che nel nome porta gli elementi del mito ad esso attribuito (Cristoforo, 'Christophorus', significa "portatore di Cristo") è da ritenersi una figura simbolica più che una persona reale che poi è stata santificata.



San Cristoforo nell'affresco del presbiterio

San Cristoforo nell'affresco del presbiterio



L'affresco nel pannello centrale rappresenta alcuni episodi legati al culto di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano, noti da diverse fonti letterarie, principalmente il "Liber de Apparitione Sancti Michaelis in monte Gargano", datato dal VI al IX sec.



La fila di pellegrini che si snoda verso il Santuario



Nella parte inferiore si snoda una lunga fila di pellegrini, con il caratteristico abbigliamento dell'epoca, il cappello a falde larghe, la bisaccia e il "bordone", ossia il bastone da cammino spesso (ma non è questo il caso) raffigurato in forma di Tau. Il santuario del Santo, rappresentato in alto sulla destra, è la meta di questi pellegrini.



La coppia di sposi e il "pellegrino" su commissione


In basso a sinistra c'è una coppia di sposi che sta pagando un pellegrino appena tornato dal Santuario, il quale consegna loro una piuma, a testimonianza dell'atto compiuto. Era consuetudine dell'epoca, infatti, per chi non poteva affrontare il viaggio di persona, pagare qualcuno che facesse il pellegrinaggio al posto loro, il quale poi portava al suo ritorno una piuma come pegno. I due coniugi sono con tutta probabilità anche i committenti dell'affresco, che dunque deve essere considerato come un ex-voto.



L'arciere Gargano e il miracolo delle frecce



Sempre sulla sinistra, più in alto, compare l'arciere Gargano, nell'atto di scagliare delle frecce contro il toro bianco che aveva affannosamente inseguito per tutto il monte, e che si era finalmente fermato in prossimità della grotta. Ma l'Arcangelo Michele, la cui figura campeggia nell'affresco nell'angolo più alto del lato sinistro, fa sì che queste frecce vengano miracolosamente respinte, e rivolte verso il loro lanciatore, che infatti ne appare trafitto, pur restando in vita.



La figura di San Michele Arcangelo


È noto che esistono dei collegamenti tra il culto di Mitra e quello di San Michele. L'Arcangelo Michele, infatti, fa le sue prime apparizioni in Asia Minore in quegli stessi luoghi, in genere grotte o spelonche, nei quali era precedentemente venerato Mitra. È presumibile che anche il luogo sul monte Gargano dove oggi sorge il Santuario sia stato, in passato, dedicato al culto di Mitra. Dunque il culto di Michele Arcangelo si sostituisce a quello di Mitra almeno a partire dal IX sec. Tale culto sarebbe presente anche nella Tuscia viterbese attestato da toponimi e insediamenti cultuali micaelici oggi difficilmente localizzabili in quanto spesso allo stato di rudere.


Ma notiamo, nella storia di Gargano, un'attualizzazione rispetto all'antico culto: il dio Mitra, in missione per conto del dio Sole, si mette affannosamente alla ricerca del toro, e quando lo trova lo costringe all'interno di una grotta e finalmente lo uccide. Anche Gargano cerca affannosamente il toro bianco, e cerca di colpirlo con le sue frecce irritato per la sua fuga. Ma questa volta l'arcangelo Michele impedisce a Gargano di uccidere il toro, apparendo miracolosamente nella stessa grotta dove nei secoli precedenti si celebravano i culti mitraici, quasi a sancire la fine del culto pagano e l'inizio di una nuova era con l'avvento del Cristo.



Parallelismi con il mito di San Giacomo di Compostela


Il beato Jacopo da Varagine, frate dominicano vissuto nel XIII sec. (1228-1298), scrisse la "Legenda Aurea" intorno al 1260 e continuò a lavorarci con continui aggiustamenti e ritocchi fino al 1298, anno della sua morte. In essa il frate racconta le vite e le leggende di oltre 150 santi, ordinate secondo il calendario liturgico: il libro ebbe larga diffusione e fu fonte di ispirazione per tutta l'iconografia a venire. Gli elementi che seguono, tratti dal paragrafo dedicato a "San Jacopo", ossia l'apostolo Giacomo il Maggiore, contengono delle analogie con i culti sopra citati, quello mitraico e quello micaelico. Vediamo perché.


Racconta Jacopo, citando l'opera di Giovanni Beleth, che dopo la morte del santo, fatto decapitare da Erode Agrippa, i suoi discepoli misero il suo il suo corpo su una nave e si allontanarono con esso per mare, senza un nocchiero che li guidasse. La provvidenza divina li fece approdare sani e salvi sulla costa spagnola, nella regione della Galizia. Là giunti, deposero il corpo del Santo su una pietra, che subito al contatto rammollì come cera e racchiuse al suo interno il corpo del santo. I discepoli si recarono poi dalla regina del luogo, una donna chiamata Lupa "di nome e di fatto", come sottolinea lo stesso Jacopo, per chiedere un luogo ove erigere una chiesa ed ivi riporre il corpo del Santo, per la sua venerazione. La regina, subdolamente, suggerì loro di recarsi su un monte e di prendere alcuni buoi che pascolavano di là, per affidare loro il corpo e trasportarlo in un luogo dove essi avrebbero potuto dargli degna sistemazione. Ella sapeva, in realtà, che i tori su quella montagna erano particolarmente selvaggi, e pensò che i discepoli del Santo avessero avuto la peggio. Invece essi si arrampicarono sulla montagna, ma a metà strada apparve loro un drago che sputava fiamme a sbarrargli il cammino. Per nulla intimoriti, i discepoli mostrarono al drago la croce, ed esso si "ruppe in due". Con lo stesso espediente ammansirono i tori selvaggi e gli affidarono il corpo del Santo, ancora racchiuso nella pietra. I tori, da soli, fecero ritorno al palazzo di Lupa la quale, incredula, si convertì a Dio e trasformò il suo palazzo in una chiesa, che divenne poi la splendida basilica di Santiago di Compostela.


Dunque anche in questo mito abbiamo la lotta contro un drago, come fece San Michele, e l'ammansimento di alcuni tori selvaggi (come dovette fare Mitra con il suo toro, prima di ucciderlo).


Lungo il Cammino di Santiago, all'inizio del tratto spagnolo, vi è una tappa fondamentale presso Santo Domingo de la Calzada. Nella chiesa principale del paese, dedicata al santo eponimo, si nota una stia che contiene un gallo ed una gallina. La stia ricorda un miracolo operato dal santo, che in estrema sintesi fece rinascere i volatili dai pochi resti ossei di un pasto consumato presso una locanda, per riparare un torto e salvare l'anima di un ragazzo ingiustamente accusato di furto (abbiamo narrato la leggenda qui). Da allora i due pennuti sono venerati all'interno della chiesa, ed era consuetudine per i pellegrini raccogliere le piume cadute dalla gabbia e appuntarle sul cappello tenendole fino a Compostela. Esattamente quello che ha fatto l'uomo raffigurato nell'affresco del mitreo di Sutri, in riferimento al pellegrinaggio micaelico. C'è da aggiungere che la pietra divenuta molle ed altri elementi di questo mito puntano tutti al simbolismo delle correnti sotterranee e delle energie della terra, ma questa, come si dice, è un'altra storia, e per una volta lasciamo al lettore l'arduo compito di dipanarla...





Ringraziamenti


Si ringrazia il prof. Federico Alvino, membro dell'associazione "Sotterranei di Roma", per il supporto e le spiegazioni fornite in merito all'interpretazione dell'affresco, riportate in questo articolo, e per la professionalità dimostrata nel corso della visita guidata.



Associazione Sotterranei di Roma



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